La lezione delle comunali di Latina: la legge per i piccoli centri funziona meglio

La legge del sindaco d’Italia ha una pecca enorme: è una manna dal cielo per un sistema politico dominato dalla partitocrazia come il nostro. Pretendere di eleggere il sindaco solo se ha il 50%+1 dei voti (seppure anche dopo il turno di ballottaggio) spesso porta a due conseguenze: 1) costringe i partiti ad accordi al ribasso, a compromessi deboli, alimentando il cosiddetto ‘mercato delle vacche’ o ‘inciuci’ trasversali; 2) rischia di non rispecchiare a pieno la volontà degli elettori che si manifesta al primo turno. E’ accaduto in più parti che candidati sindaci si sono fermati al 45-48-49% dei consensi, distanziando i loro avversari di 15-20 punti. Con il meccanismo instaurato dalla legge del 1993 chi arriva secondo, lontano dai consensi del primo, può sperare di rimontare facendo leva sulla logica del ‘tutti contro uno’. A discapito di quello che è un chiaro indirizzo espresso dagli elettori alle urne.

Sarebbe dunque auspicabile l’apertura di un dibattito parlamentare, magari con la nuova legislatura, che riveda la legge ormai vecchia di 30 anni circa, magari sostituendola con quella in vigore nei Comuni con meno di 15.000 abitanti.Il primo risultato, immediato e visibile, sarebbe il passaggio dall’ attuale meccanismo a doppio turno a un sistema a turno unico, secco, anglosassone. Invece di selezionare in una prima tornata i candidati in lizza, consentendo solo ai primi due di affrontarsi nel ballottaggio del secondo turno, gli elettori dovrebbero scegliere subito il sindaco, consegnando la guida della loro città al candidato che conquistasse una maggioranza anche solo relativa. Questo significa, per esempio, che in una situazione politicamente frastagliata anche il 25 per cento potrebbe bastare per diventare sindaco di una grande città. La seconda differenza riguarderebbe la composizione del Consiglio comunale. Oggi la vittoria del candidato sindaco assegna alle liste che lo hanno sostenuto il 60 per cento dei seggi.

Con il meccanismo adottato nei comuni con meno di 15 mila abitanti – che con la vittoria dei Sì sarebbe automaticamente esteso a tutte le altre città – il sindaco può contare su una maggioranza ancora più netta (i due terzi, cioè il 66,6 per cento dei seggi), ma soprattutto sa in partenza quali saranno i “suoi” consiglieri, perché verranno tutti dall’ unica lista collegata al suo nome. E’ chiaro che questa doppia novità – scelta immediata del sindaco, senza ballottaggio, e lista unica per il Consiglio darebbe una spinta formidabile verso il bipartitismo. Dovendo selezionare un candidato per una scelta secca, senza la rete del secondo turno, i partiti dovrebbero trovare un accordo capace di riscuotere consenso, magari attraverso le primarie. E dovrebbero, per avere una realistica speranza di vincere, accantonare le proprie bandiere e cercare soluzioni accettate da tutti gli alleati.
Anche nella corsa per il Consiglio, i partiti sarebbero costretti definitivamente a rinunciare ai propri simboli per confluire presumibilmente in due – o al massimo tre – liste di schieramento. La Destra contro la Sinistra, o la Campana contro la Torre. Finché questo è successo nei piccoli centri è rimasta cronaca di campanile, ma se il sistema dovesse estendersi a tutti i comuni potremmo quasi tracciare una linea di confine tra i due schieramenti, una linea che passerebbe per ogni piazza, per ogni municipio, da Bolzano a Ragusa. E i partiti, già spogliati del potere di fare le liste per la Camera e per il Senato, vedrebbero scomparire di colpo un’altra giustificazione per la loro sopravvivenza frammentata, mentre si farebbe strada una prepotente tendenza all’accorpamento in due grandi blocchi: il bipartitismo, appunto.