
Invitati al gran ballo. Qualcuno dice imbucati, perché per tasso tecnico e fisicità le altre squadre promosse ci sono superiori.
Senza la stella Gallinari, senza i Belinelli e i Bargnani, senza un centro di ruolo di statura internazionale, l’Italia di Pozzecco sembrava destinata a recitare da comprimaria in questo mondiale 2023.
Invece eccoci ai quarti, dopo aver vinto tre partite su quattro e una di queste con la Serbia, che ormai quando ci vede non sa se ricorrere a gesti apotropaici o gridare la propria disperazione in stile prefiche dell’antica Grecia.
Tre incroci recenti e tre vittorie dell’Italia, sempre alla faccia del pronostico, anche se stavolta ai serbi mancavano alcuni elementi come Jokic, Micic e Kalinic, non proprio dei carneadi della palla a spicchi.
La classe operaia va in paradiso, e l’approdo è quantomeno clamoroso se si pensa che in tre gare su quattro (tolta proprio quella con la Serbia) l’Italia ha bisticciato con il tiro, con percentuali catastrofiche da tre e insufficienti da due.
E allora come ha fatto? Ha fatto di necessità virtù, e visto che non c’era modo di buttarla dentro dall’arco, ha raccattato canestri di pura volontà ed ha difeso come se da proteggere fosse la vita e non un canestro.
IL CAMMINO VERSO I QUARTI
Contro l’Angola, all’esordio, le due squadre sembravano francamente impegnate in un sfida di “ciapanò”, quel gioco di carte in cui si deve evitare di “prendere”, a latitudini laziali ribattezzato “traversone”. Alla fine gli africani hanno… vinto il traversone e perciò perso la partita, ma dopo un premondiale convincete quell’esibizione ha legittimamente gettato ombre sull’Italia e sulla reale capacità di scavalcare gli ostacoli successivi.
Così, al secondo impegno, ecco la frittata in salsa dominicana, perché il team centroamericano, dopo una partenza da incubo (0/12), si è compattato intorno a Towns, stella dei Minnesota Timberwolves. Con il supporto Felix e Delgado, play e ala di qualità, i dominicani hanno punito la nostra idiosincrasia a far canestro e il tardivo tentativo di rimonta ha solo avuto l’effetto di assottigliare il gap.
Tutto finito? Niente affatto, perché l’Italia ha la capacità di rialzarsi quando sembra irrimediabilmente al tappeto. È una caratteristica del nostro dna sportivo, guai a darci per morti, quali che siano le motivazioni che quella situazione abbiano generato.
E allora, Rocky 3, proiettato in sala filippina, investe come un tornado la Serbia, che a più 18 si sentiva sicura e persino un po’ boriosa, per quella rivincita sognata e in quel momento assaporata.
Simone Fontecchio, che alla fine scriverà 30, è il principale artefice di una riscossa che passa per Melli, Datome, Spissu e gli altri tarantolati azzurri.
E allora, dopo l’ennesimo miracolo, c’è da completare l’opera contro il Portorico, in un incontro dentro o fuori, una sorta di spareggio.
L’Italia arranca al tiro, come sempre, ma ci mette il cuore e difende in modo feroce fin quando non ritrova, e il finalmente è un eufemismo, un po’ di feeling con i tiri dall’arco e con quelli dalla media distanza.
Il Portorico si fa sempre più piccolo, Melli prende tutti i rimbalzi, Paiola fa il suo in regia, Ricci trova la chiave che apre il canestro americano.
Si va ai quarti. Si pensa con la Lituania, visto che abbiamo vinto il girone, e invece ci ritroviamo gli USA, che forse volevano evitare la Serbia, chissà, ma per certo dai lituani le hanno prese.
Domani la sfida impossibile, ma niente è impossibile per quei matti condotti da quel matto del “Poz”. Ci proveremo, questo è certo!

