Finals di Torino, Sinner sfata anche il tabù Djokovic: battuto in tre set il numero uno del mondo

Esultanza contenuta. Braccia alzate dopo un po’, e senza frenesia. Uno sguardo al suo angolo e a papà Peter, un altro alla superficie del campo, poi dritto verso la rete, ad onorare lo sconfitto.
Lo sconfitto si chiama Djokovic, è il numero uno del mondo, è il tennista più vincente della storia, ha in bacheca 24 major su 36 finali e sei titoli del “Masters”, ora ATP Finals.
Lui invece si chiama Sinner, non ha ancora giocato una sola finale major, ed è alle Finals per la seconda volta, la prima da titolare. Predestinato, da quando calcava i campi di Bordighera sotto lo sguardo amorevole e severo di Riccardo Piatti; predestinato e campione per forza, perché la passione degli italiani esigeva un fuoriclasse, prima o poi. Sulle sue spalle attese spasmodiche, ansie irrisolte, castelli di sabbia. Jannik Sinner, ciuffo rosso, gambe esili ma scattanti, tanto da farne una promessa dello sci, sapeva di rappresentare l’ideale approdo felice di ogni appassionato dello Stivale, ma non ha per questo affrettato i tempi della maturazione tecnica e atletica.
La crescita di un campione passa anche dalle sconfitte, da una progettualità che può comportare scelte difficili. E allora divorzio da Piatti ed ecco Vagnozzi e Cahill, le due facce di un sogno di gloria.

LA SERATA MAGICA DI JANNIK

E in questa serata di novembre, serena e tempestosa come un verso di Pasolini, i tasselli del mosaico vanno tutti al loro posto, per magia. Nole il guerriero perde l’undicesimo gioco e poi il primo set, ma vince il secondo al tiebreak e sembra pronto a scrivere il suo milionesimo lieto fine. Dall’altra parte, però, il ciuffo rosso sotto il cappellino ha un’idea diversa del finale. Lotta, Jannik Sinner da San Candido, che ha già battuto Alcaraz, Medvedev e a ben guardare li ha già battuti tutti. Tutti meno uno, quello lì.
A 22 anni il mondo è grande e il cielo è un arcobaleno. A 22 anni c’è ancora un serbatoio infinito di errori cui attingere senza colpe e senza dolore. Però Jannik Sinner in questa serata che sa di mosto e foglie secche, di televisori “accesi”, perché sintonizzati è freddo e non rende l’idea, di speranze belle e di passione, ha voglia di scrivere un pezzo di storia. E allora anche il re Nole deve arrendersi, dopo aver recuperato il break subito al sesto gioco, dopo aver creduto di aver domato quel ragazzo che viene dalle nevi, da quell’Italia operosa e sobria come il profilo di una montagna.

Cinque a zero per Sinner, il tiebreak è un’esecuzione che non abbisogna di un verdetto.
Finisce 7/2, il tredicesimo gioco. Le statistiche parlano di un Djokovic mai così forte al servizio, 20 ace contro un solo doppio fallo. Le immagini retrospettive ci ricordano che il re ha lottato con tutte le proprie forze, ma l’aspirante al trono ha immaginato quei televisori “accesi” e ha pensato che un’Italia incollata ai teleschermi per tre ore meritasse il premio di una vittoria.
I numeri dicono che Jannik dovrà vincere anche con Rune per essere certo della semi. Potrebbe anche bastare un set, se Hurkacz dovesse strapparne uno a Djokovic, o se il conto dei game si rivelasse favorevole. I numeri però stavolta passano in secondo piano.
C’è una storia scritta con quei terrificanti colpi da fondo e con quel viso pulito: un ossimoro meraviglioso ha solcato il cielo, pardon il tetto del PalaAlpitour.
C’è un campione silenzioso che viene dal freddo, come Gustav Thoeni e come Francesco Moser. Si chiama Jannik, ha 22 anni e un sogno nel cuore. E ieri ci ha fatto un regalo, da deporre con cura sulle foglie ingiallite di questo novembre 2023. Varcate le colonne di Ercole, ora Sinner può andare a scoprire il mondo.