
Gestisce la Provincia come se dovesse governare ancora per molto tempo. Sicuramente il rinvio della riforma dell’ente ha fatto molto comodo all’inquilino numero 1 di via Costa, che nelle ultime settimane sta riorganizzando la macchina amministrativa, disponendo nomine e revoche a proprio piacimento. Gerardo Stefanelli appare intenzionato a rafforzare la propria posizione di potere dentro la Provincia, contando sul sostegno sempre maggiore di Forza Italia e della sua maggioranza. Il primo tassello importante è stato quello sulla nomina del nuovo amministratore unico della Latina Formazione Lavoro. Un incarico attribuito a Diego Cianchetti, ex liquidatore e, poi, Presidente della Cisterna Ambiente nominato dall’ex sindaco Mauro Carturan. Una nomina dal grande valore strategico, passata fin troppo inosservata. Nelle ultime ore Stefanelli ha invece deciso di fare a meno dei suoi principali collaboratori. Innanzitutto due componenti del suo staff: Elena Ganelli e Marco Tomeo. C’è di più, perché Stefanelli si è liberato del suo braccio destro storico, il capo di gabinetto Maurizio Granata. A quanto sembra sarebbero in procinto di lasciare anche altri due membri, Paolo D’Acunto e Antoniomaria Cece.
RITORNO RITARDATO
Sicuramente il ritorno all’elezione diretta di presidente e consiglieri provinciali garantirebbe una migliore espressione della legittimazione degli stessi da parte del suffragio dei cittadini elettori, e sarebbe, pertanto, a parere di chi scrive, altamente auspicabile. La riforma delle province al vaglio di Governo e Parlamento rappresenta una possibile svolta a distanza di 10 anni dalla fallimentare legge Delrio. Quando le province sono state “chiuse” non si è registrato quel risparmio di spesa previsto dalla sinistra. Al contrario sono aumentati i problemi per i piccoli Comuni, che rappresentano l’ossatura del nostro territorio. A livello burocratico i piccoli centri sono stati caricati di responsabilità difficili da gestire e soprattutto è mancato quel collante necessario a gestire servizi e infrastrutture che naturalmente richiedono una connessione tra enti locali. Non da ultimo tornare a degli enti elettivi riavvicinerebbe i cittadini al governo del territorio.
RIFORMA IN STAND-BY
La riforma delle province è attualmente al vaglio della commissione Affari Costituzionali: si tratta di un testo che darebbe nuovamente potere e legittimazione alle istituzioni territoriali, sia rafforzando l’istituzione della provincia che reintroducendo l’elezione diretta dei suoi rappresentanti. Nella proposta di legge sono elencate le competenze nei limiti e nel rispetto delle competenze regionali e statali che questi enti otterrebbero: la creazione di un piano strategico per il territorio, la costruzione e la manutenzione delle strade, la gestione dell’edilizia scolastica, la pianificazione dei servizi di trasporto in ambito provinciale e molto altro. Se il testo venisse approvato senza emendamenti, nelle province (e nelle città metropolitane) l’elezione sarebbe a suffragio universale e diretto, e funzionerebbe così: il candidato presidente, per vincere, deve prendere almeno il 40% dei voti; il consiglio provinciale, che si eleggerebbe tramite collegi plurinominali e senza la possibilità di esprimere un voto disgiunto, sarebbe composto da 20, 24 o 30 consiglieri in base all’ampiezza della popolazione della provincia; la giunta, nominata dal presidente, sarebbe formata da un numero massimo di 4, 6 o 8 assessori, anche questi in base all’ampiezza della popolazione della provincia.Per finanziare questa riforma e pagare gli stipendi degli eletti, la legge prevede uno stanziamento di 225 milioni di euro annui. E proprio questo appare lo scoglio principale per il via libera ad una riforma da tanti invocata ma che nessuno sembra volersi intestare.
