Il Frosinone adesso deve trovare le energie per ripartire di slancio

Una sconfitta bruciante, eclatante nelle proporzioni, uno schiaffo in pieno viso. Forse era necessario, ma può esser mai necessaria una sconfitta così? Potremmo rifarci alle ardite teorie di Teodoro Paleologo, marchese di Monferrato, che a cavallo tra il tredicesimo e il quattordicesimo secolo elaborò il suo “Elogio della sconfitta”, manoscritto non privo di originalità, però ci teniamo il meno eclatante ma più attuale “solo chi cade può rialzarsi”, a patto che il rialzarsi non venga collocato oltre le 12,30 di domenica, quando allo Stirpe Frosinone e Cagliari daranno vita a un match cruciale per la corsa salvezza.
Uscire dal rettangolo di gioco della dea senza punti in tasca era un’eventualità che i più ritenevano estremamente probabile. Non certa, perché di certo nel calcio c’è solo che si gioca in undici e che entrambe le squadre possono schierare a difesa dei pali un giocatore cui è concesso, in area, toccare il pallone con le mani. Tutto il resto è variabile, capriccioso come i riccioli di Shirley Temple e impetuoso come un mare in tempesta. L’Atalanta non è più quella di Ilicic e Papu Gomez, quella del “mal di denti” di guardiolana memoria, ma è pur sempre una squadra che in panca ha Muriel, Pasalic e Palomino, tanto per citarne uno solo per reparto. Perdere ci stava, senza dubbio, ma con modalità meno brusche. Quei tredici minuti iniziali sono stati peggiori dell’anestesia di un dentista, hanno gettato nello sconforto una squadra, una tifoseria e un tecnico che a fine gara ha giustamente sottolineato che al di là dell’assetto tattico conta metterci una grinta feroce e un’attenzione certosina, l’una e l’altra smarrite dai suoi come in un sortilegio medioevale. Dal minuto 14 al minuto 90 in verità, vuoi per la sete placata della dea con le ali, vuoi per quell’ansia di rivalsa che animava i giallazzurri, speranzosi di trovare in un gol la chiave per riaprire quella contesa troppo presto negata, non si è più vista la differenza che il veemente avvio nerazzurro aveva posto sotto i riflettori del Gewiss Stadium.
Uno o cinque però la sostanza non cambia. Il Frosinone ha messo a referto l’ottava trasferta infruttuosa di fila, certificando in tal modo il riavvicinamento da parte delle inseguitrici, quelle che vengono dalla zona rossa, schiumanti rabbia come si conviene a chi deve battagliare con il coltello fra i denti.
Cagliari fu in qualche modo un crocevia, perché indusse alla riflessione una squadra bella da impazzire, che stava maramaldeggiando sui sardi, prima che una quaterna facesse saltare il banco delle certezze, contro ogni legge delle probabilità. Forse proprio quel giorno instillò la paura di non farcela, limitata in quella fase storica solo ai “match fuori le mura”, perché lo Stirpe restava un fortino inespugnabile o quasi.
Sembra si stia parlando del secolo scorso, ma ci riferiamo solo alla fine del magico 2023.
C’è tempo e c’è modo di ricreare quelle alchimie, ma servono un terzino o forse due, un esterno e un centravanti. Poi, colmate le lacune dell’organico (Zortea, Zerbin, Mulattieri le idee ricorrenti), si dovrà ricreare quell’entusiasmo indispensabile per marciare tutti insieme verso un altro storico risultato, quella salvezza che, non dimentichiamolo, ad agosto nessuno riteneva possibile.
Da oggi inizia un nuovo campionato e il Frosinone lo inizia con un margine esiguo ma comunque prezioso sulle inseguitrici nella corsa per la permanenza in massima serie.