
Il calcio a volte diventa semplice. Quando una squadra corre in modo proficuo e aggiunge agli schemi un pizzico di fantasia e d’imprevedibilità, spesso quella squadra vince. Correre in modo proficuo significa evitare rincorse inutili e dare un senso ad ogni sforzo. Il Frosinone di ieri sera ha fatto proprio così: reparti sempre sincroni e alla giusta distanza, pressing solo quando necessario, razionale giro palla e verticalizzazioni quasi sempre azzeccate. Fa 3/0, anche se di fronte hai il Brescia di Clotet, che ha centimetri, tecnica, esperienza e tante altre cose ancora. Fa persino primato in classifica a braccetto col Cosenza, per quanto possa esser simbolico un primato dopo 2 di 38 gare. A indirizzare il match, dopo una fase d’inevitabile equilibrio, la capocciata di Moro, centravanti vero, ancorché acerbo. Sulla pennellata di Rohden, il movimento del ragazzo è fulmineo, con torsione adeguata a dar giusta forza all’impatto con la sfera. L’aveva già mostrata in precampionato, questa naturalezza nel colpo di testa. Ricorda celebri “inzuccatori” del passato, Luca Moro; diciamolo a bassa voce, ma a noi è venuto in mente un numero undici con la maglia bianconera, detto Bobby-gol. I paragoni impudenti fanno parte del gioco e così al numero 10 del Frosinone, leggi Caso, viene in mente di sollevarne un altro, altrettanto ardito, con aggancio e giravolta alla Roby Baggio per una fuga con scatto laterale e intervento del portiere eluso: un 2/0 d’effetto. Moro e Caso, in sequenza cronologica utile ad evitare richiami a drammatici eventi di quasi 50 anni fa, come Bettega e Baggio. Probabile, quasi certo, che non saranno in grado di riprodurne carriera e magie, ma di tanto in tanto, magari in una calda sera d’agosto, pensarsi come loro e come loro esaltare uno stadio, perché no? E allora il Brescia, cui il copione sta imponendo uno scomodo ruolo di spettatore, prova a trovare in sé le ragioni della rimonta. Arremba, pasticcia, si eleva e ricade in terra, la rondinella smarrita. Non c’è modo di procurare a Turati pensieri che non siano ascrivibili all’ampio raggio dell’ordinaria amministrazione e gli altri dalla vanità degli sforzi traggono ulteriore convinzione. Sembra un “torello” fatto in allenamento, è persino un pizzico irridente quel giro palla che manda a vuoto Bisoli, Moreo e gli altri cavalieri dimezzati dalle vicende di una gara a senso unico. C’è da scrivere la parola fine: ci pensa Mulattieri, con scivolata che Lezzerini legge in ritardo e perciò intercetta in modo imperfetto. “La giusta distanza” stavolta non è il pluripremiato film di Mazzacurati, ma l’espressione numerica del match Frosinone-Brescia. Difficile far graduatorie di merito tra i giallazzurri, ma vista la prova corale perfetta, la nomination la può meritare Fabio Grosso, che ha già trasformato in squadra quel valzer di nuovi arrivi. E a dirigere l’orchestra c’è quell’Angelozzi che evidentemente ha una capacità straordinaria di scorgere il talento. L’obiettivo era e resta quello di una colonna sinistra, magari anche bassa, però quest’avvio scaccia i fantasmi dell’inadeguatezza, che ogni estate qualcuno solleva, per abitudine o per noia, chissà. Il Frosinone c’è ed ha voglia di divertirsi. E a breve si attendono nuovi arrivi, Mazzitelli e Sampirisi, pare. Non sarà facile per nessuno contro Lucioni e i suoi fratellini, perché quelli corrono, dribblano e calciano senza timori. E, probabilmente, non hanno paura di sbagliare un calcio di rigore… Sono un ibrido tra musica, letteratura e arte in senso lato, i ragazzi terribili di Fabio Grosso. Sì, ci divertiremo.
