Lo sport è spesso contrapposizione, dicotomia, tensione. La vittoria dell’uno è sovente il dramma dell’altro e in questo conflitto c’è il senso estremo dell’antagonismo. Lo sport è però anche competizione sana, leale, perché non c’è disparità nei mezzi usati: delle scarpe bullonate, una bici, una racchetta. E può essere persino aggregativo e affratellante, quando prima dell’evento si suona un inno nazionale e in campo ci sono dei professionisti che per un giorno si vestono da squadra, anche negli sport individuali.
Così l’Italia esce dall’imbuto del Coppi-Bartali, del Benvenuti-Mazzinghi, del Pci-Dc, e per qualche ora converge in un cammino della speranza che non ha referenti contrapposti.
Tutti a sognare di riappropriarsi dell’insalatiera più famosa del mondo, la Coppa Davis.
Svilita nella formula, ristretta nei contenuti, perché il tennis di oggi ha un calendario fitto e milionario, la vecchia Davis coi suoi ricordi sbiaditi e le sue storie incredibili riaffiora in novembre, al sole dell’Andalusia offuscato dai rigori dell’inverno.
Otto squadre a caccia di gloria,
per una settimana che assegna un titolo fast food. Quando il momento si avvicina, però, la magia è la stessa di quando ogni sfida durava tre giorni e un numero consistente di ore.
L’Italia ha superato l’Olanda, a dispetto dei tre match ball sciupati da Arnaldi, visetto furbo e movimenti frenetici, 100 posti ATP scalati in un anno e tanta voglia di crescere ancora.
Ci ha pensato Jannik Sinner, in scioltezza contro Griekspor, e in coppia con Sonego nel doppio decisivo.
Ancora fiato sospeso, dopo la sconfitta di Musetti, rimontato in semi dal serbo Kecmanovic. La montagna si chiama Novak Djokovic, la storia in maglietta e pantaloncini. E la storia è lì, con tre match ball a disposizione. Jannik, il ragazzo dalla faccia pulita, non ha tra le sue abitudini quella della resa inevitabile. Reagisce, risale, rimonta, vince. Contro Nole, la leggenda.
E allora quel doppio, con Sonego che è un concentrato di voglia e di energia e contro quel “dio” irriso e piccato, scortato da Kecmanovic che doppista non è, non può che completare l’opera.
È finale, contro quei canguri che chiusero in faccia le porte del bis ad Adriano, imperatore di Roma, a Barracuda Barazzutti e a Paolone Bertolucci, che nel doppio diventava sublime.
Stavolta non c’è l’erba dell’Australia a mostrare un volto alieno. L’alieno l’abbiamo noi, anche se ha il viso pulito, quello del figlio che tutti vorremmo avere: composto, leale, mai sopra le righe. È feroce solo nella volontà di migliorarsi, che non è cosa semplice se a 22 anni sei il numero 4 del mondo.
L’alieno dal volto buono entra in scena dopo che Arnaldi ha bruciato tormenti e depressioni nel salvifico volo del punto vincente. Stavolta si parte da 1/0, e il singolo di Jannik Sinner vale un match point.
Dall’altra parte c’è De Minaur, il diavoletto aussie, l’erede di Hewitt ancora in fase di completamento ma già numero 12 del mondo. Dopo un’ora o poco più il tabellone reca 6/3 6/0. Jannik l’invincibile mostra al mondo la sua gioia contenuta e ricorda al mondo che le tensioni sono altre: quelle dei missili, quelle di una quotidianità stenta o turbolenta. Far sport è un privilegio, altro che tensione.
Campione anche nelle logiche, persino sorprendenti. Abbracci, coriandoli, sorrisi. C’è anche Matteo Berrettini, l’eroe sfortunato. Ci sono Adriano Panatta e Pietrangeli, i capitani, uno in campo e l’altro in panca di quando andammo a prenderci l’insalatiera nel Cile di Pinochet. Quarantasette anni dopo, è ancora Italia. Malaga è un ebbrezza tricolore, la storia è riscritta, ma le pagine bianche son tante ed esprimono suggestioni antiche.
La Davis torna in Italia, il piccolo miracolo di un ragazzo perbene
