Distruzione senza senso con spargimento di sangue dei civili rifugiati tra le antiche mura e il diario di Martino Matronola, la forza della ricostruzione con l’impegno di Ildefonso Rea, il motto dell pace impresso sul portale d’ingresso, l’invito alla politica ad ispirarsi ai segni impressi nelle pietre dell’Abbazia: è stato un discorso profondo e puntuale quello con cui monsignor Bernardo D’Onorio ha ricordato l’ottantesimo anniversario del bombardamento alleato che ha annientato il monastero e centinaia di vite.
«Ma perché proprio Montecassino? Ancora oggi ce lo domandiamo e tentiamo di dare qualche risposta, ma nessuna spiegazione di carattere politico o militare riesce a giustificare un gesto così insano». Ha scandito ieri l’Abate emerito di Montecassino e Arcivescovo emerito di Gaeta – da mercoledì cittadino onorario della Città di Cassino – nella sua omelia pronunciata sull’altare maggiore della Basilica Cattedrale. Presenti tra gli altri il prefetto di Frosinone, Liguori, il sindaco di Cassino, Salera, i rappresentanti delle forze dell’ordine e delle forze armate.
Il monastero cancellato da 450 tonnellate di bombe
D’Onorio ha parlato di «insensato bombardamento che Montecassino subì nel secondo conflitto mondiale e lo ricordiamo oggi ancora con immenso dolore. In quel tragico giorno del 15 febbraio 1944, come ha scritto nel Diario di Guerra Martino Matronola, alle ore 9,45 152 fortezze volanti dell’aviazione Alleata, le note B-17, iniziarono a lanciare sull’abbazia ben 450 tonnellate di bombe esplosive e incendiare. Successivamente altre 118 fortezze volanti tornarono a colpire ancora il monastero. Completarono l’opera ulteriori bombardamenti condotti da bimotori che sganciarono ordigni a bassa quota e le operazioni belliche cessarono solo nel pomeriggio. In totale ben 776 furono gli aerei impiegati dalle Forze Alleate».
«I circa 500 rifugiati, con molte donne e bambini, che speravano di trovare nell’abbazia un luogo sicuro, terrorizzati dalle esplosioni e presi dalla disperazione lasciarono lo Scalone delle epigrafi e iniziarono la fuga verso la pianura. Così in poco tempo si compì il totale annientamento del sacro edificio. Restava il pianto per i morti, restava il dolore per un monumento di arte e di spiritualità perduto, restava l’incredulità del mondo intero per il misfatto compiuto del luogo da sempre dedito all’Ora et Labora. Due giorni dopo, il 17 febbraio, l’anziano abate Diamare poté abbandonare incolume il cumulo di macerie: tutto ciò che restava del monastero».
“Chi viene è subito accolto dal motto Pax che è augurio e sollecitazione”
Monsignor D’Onorio ha poi aggiunto: «Conosciamo tutti che la parola greca “Eucarestia” significa riconoscenza, gratitudine, rendere grazie. Perciò oggi 15 febbraio 2024 il nostro ringraziamento si scioglie in una anamnesi nella quale facciamo memoria si della triste distruzione dell’abbazia di Montecassino ma anche della sua ricostruzione, e così della amata Cassino, che una volta solo adagiata alle pendici di Rocca lanula e Monte Maggio, ora invece estesa come una grande città, operosa e baciata dal sole. Cantiamo la nostra gioia pensando al celebre motto Succisa Virescit; l’abbazia è risorta, forse più bella di prima, voluta “come era e dove era” dall’indimenticabile abate Ildefonso Rea che così realizzava, con rara competenza, il programma di ricostruzione. A suggellare il monastero risorto fu la presenza il 24 ottobre 1964 del papa Paolo VI, il quale sulla scia dei suoi predecessori riconsacrò questa magnifica cattedrale che richiama la precedente basilica dallo stile inconfondibile di arte barocca napoletana. È proprio da questa cattedra che papa Montini proclamò S. Benedetto patrono principale dell’Europa, evento di portata storica e di alto significato per la vita monastica e civile».
Ha infine sottolineato: «Chi viene a Montecassino è subito accolto dal motto Pax che è augurio e sollecitazione non solo per monaci anche per molti altri. L’invito è rivolto anche ai signori della Città, cioè a coloro che gestiscono la Res Publica affinché abbiano intelligenza e coraggio di cercare nell’oasi del monastero quella forza spirituale necessaria nei momenti difficili delle scelte».
L’abate Luca: luogo simbolo di una responsabilità culturale e di dialogo
L’abate Luca ha ringraziato monsignor D’Onorio ed i presenti alla celebrazione: «Nel corso di quest’anno – ha poi ricordato – ci apprestiamo anche a celebrare, il prossimo 24 ottobre, il sessantesimo anniversario della consacrazione di questa Basilica, dopo la sua ricostruzione, da parte di san Paolo VI, che in quell’occasione proclamava san Benedetto patrono principale d’Europa con la Lettera apostolica Pacis nuntius. Definendo san Benedetto ‘messaggero di pace’ affidava anche a noi monaci, suoi discepoli, l’impegno a far sì che il nostro motto ‘Pax’, pace, fosse posto al centro della nostra preghiera, del nostro impegno di vita, della nostra incessante preoccupazione, in particolare attraverso quelli che sono stati e rimangono simboli caratteristici della presenza della vita benedettina nella storia europea e non solo. San Paolo VI li ricordava: la croce, e dunque una spiritualità fortemente pasquale; l’aratro, come segno del lavoro e dell’impegno nella storia, il libro, simbolo di una responsabilità culturale e di dialogo con il pensiero e la ricerca umana».