Arrivano in modo naturale, quasi fossero pioggia, nebbia, tramonto. Le vittorie di Jannik Sinner, professione tennista, sono limpide come il suo sorriso. La bacheca si riempie di trofei, le statistiche devono essere aggiornate di continuano ed ora recitano: 4 major, 2 Finals, 7 “Master mille”, 26 titoli ATP. A Miami il ragazzo che viene dalle montagne ha conquistato il “double”, bissando per la prima volta un mille, dopo il titolo del 2024. A Miami giocò la sua prima finale, nel 2021, quando il suo talento non era ancora abbinato a esperienza e malizia tattica, perché a 20 anni anche i fenomeni hanno bisogno di sbagliare, hanno bisogno di cadute che gli indichino come rialzarsi. A 20 anni è tutto un po’ così anche per i “prescelti”, anche per chi ha nel patrimonio genetico delle perle che chiedono solo di splendere, senza paura del buio e della notte. Hurkacz, amico e compagno di doppio, sentitamente ringraziò le tappe obbligate di quel percorso di crescita. Due anni dopo toccò a Medvedev, il campione dai colpi atipici e dal sorriso triste, imporre lo stop a Jannik proprio lì, sotto uno striscione di un traguardo che l’altoatesino aveva raggiunto dopo un’esaltante semifinale contro l’altro fenomeno del terzo millennio. Fine dell’apprendistato. La terza finale nella città dei grattacieli sorti sopra le rovine della civiltà Tequesta, vide un Sinner consapevole e spietato e il povero Dimitrov fu relegato al ruolo di comprimario. Nemmeno il suo braccio sopraffino potè opporsi a quei colpi incisivi e fiondati, incisi nella pietra, perché Jannik Sinner era già diventato quello di adesso o qualcosa di molto simile. Migliora sempre Jannik, laddove migliorare è complesso perché lui è molto vicino alla perfezione: primo nelle classifiche ATP di rendimento al servizio e in risposta, i due colpi di inizio gioco. Nessuno li fa meglio di lui, ma alla fine di ogni partita, con la compostezza dei grandi, lui ama sempre dire “Dobbiamo lavorare”. Già, in quel dobbiamo lavorare c’è un frammento importante della grandezza infinita di questo campione. Il mondo ce lo invidia, l’Italia non lo coccola abbastanza, perché l’Italia resta il paese delle Signorie, dei Guelfi e dei Ghibellini, dei campanilismi estremi. In Italia, come disse un noto Avvocato, ti perdonano tutto meno che il successo. Jannik Sinner sta riscrivendo la storia del tennis, senza arroganza, con lo stile di cui è naturalmente dotato, l’immenso talento che fa sembrare facili colpi per altri impossibili e quel viso da ragazzo della porta accanto.
Lehecka non è partito sconfitto. Nel crescendo rossiniano del suo Miami 2026 la nota più alta l’ha cercata con caparbietà, senza darsi per vinto, sebbene la logica imponesse di contentarsi per non rischiare un volo di Icaro. Le sue ali Jannik le ha soltanto bruciacchiate, perché ora sa dosare gli sforzi in relazione a quanto può produrre il rivale, perché Lehecka è un avversario leale e non andava brutalizzato in finale. La sensazione, però, è che la distanza sia ben più ampia di quanto quel doppio 6-4 ha già indicato.
Sinner sta giocando con la modalità “lavori in corso”. Il suo percorso ora deve portarlo a diventare più resistente (le troppe sconfitte al quinto non possono essere solo una casualità) e perciò più conservativo in alcune condotte tattiche, meno esplosivo. La difesa, a volte cercata e testata per strategia, è molto importante sul rosso. E parimenti importante può essere quella rotazione del dritto che sta diventando più regola che eccezione. Jannik vuole vincere il Roland, non c’è dubbio che il super traguardo del 2026 sia quello. Ci sono tre match point di fila e poi un servizio non sfruttato sul 5-4 a pesargli come macigni. Per i due giorni successivi, come ha detto in un’intervista concessa a Sky, faticò a dormire e a riprovare sensazioni normali. Quel titolo del 2025 sarà una foglia secca nel cuore fino a quando non alzerà il trofeo. Poi l’erba di Wimbledon, poi mille altre storie e mille altre battaglie, ma sul campo dedicato all’aviatore francese Jannik ha deciso che volerà più alto di ogni ostacolo. Attendiamolo con fiducia.

