Il Pd e il chiodo fisso del campo largo. In mancanza di una strategia si preferisce la resa dei conti interna

Il dilemma del campo largo e l’incapacità di prendere una strada precisa. Il Pd si interroga sul suo futuro all’indomani della pesante sconfitta elettorale del 25 settembre. Sul piano locale oggi andrà in scena un primo incontro che animerà inevitabilmente il dibattito interno. Attraverso un’assemblea pubblica si chiamerà a raccolta il popolo democratico progressista della provincia pontina. “Il voto del 25 settembre  -spiegano dal Pd Latina- ha rappresentato una scossa fortissima per l’Italia e per la nostra Comunità, che indurrà il Partito Democratico di tutti i livelli, come già in questi giorni, ad una serissima riflessione sulla propria natura, sui propri errori e sulle prospettive di rilancio di un progetto politico che appare oggi in grande difficoltà identitaria. Reputiamo questo tempo come non più rimandabile”. L’idea è di “ripartire dalle basi”. L’obiettivo, almeno nelle intenzioni dei promotori è mettere tutto in discussione.

SARUBBO TRACCIA LA LINEA

L’analisi su quanto è avvenuto sul piano nazionale come in provincia è già stata fatta. “Abbiamo il dovere di riprenderci in fretta, cambiare, tornare a crescere perché le idee che riteniamo valide sono fragili se prive del consenso dei cittadini -ha affermato il segretario provinciale Omar Sarubbo– un consenso che non arriverà se non avremo posizioni nette sui temi principali, sui valori, sulla società del futuro: chiare, semplici, radicali quando necessario. Non arriverà senza una opposizione dura ed incalzante in parlamento e nei territori. Non arriverà se non ci facciamo costruttori di una coalizione larga per l’alternativa democratica e progressista. A partire dalle imminenti elezioni regionali. Meno superbia, più generosità. Vogliamo davvero difendere la Costituzione, l’idea di una Europa solidale ed inclusiva, i diritti civili e le libertà individuali, la dignità del lavoro adeguatamente retribuito, l’ambiente, i più fragili? Allora servono battaglie e voti, non il solo presuntuoso convincimento di essere nel giusto. La ragione non fa numero”. 

IL MODELLO PSI UNICA STRADA

Il modello che potrebbe fare al caso del Pd avrebbe radici lontane, ma ancora innovative. Il Psi di Craxi negli anni ’80 ha saputo cambiare i connotati e l’immagine del classico partito di sinistra che i socialisti hanno rappresentato per decenni. Non più una forza ancorata alle vecchie logiche sindacali e collettiviste, ma una forza politica in grado di intercettare le nuove istanze ed i bisogni reali della gente. Il Pd ha l’obbligo politico di spostarsi al centro, senza inseguire il M5S. Mantenendo un profilo di sinistra riformista ma guardando al ceto medio produttivo, che se non riceverà risposte dal nuovo governo, cercherà necessariamente altre soluzioni. 
Per questo quanto fatto dal Psi di 40 anni fa dovrebbe servire come spunto per la classe dirigente dem. Superare le correnti, dando maggior spazio a giovani e donne, come per esempio stanno facendo i laburisti nel Regno Unito. Mettendo insieme i temi dei diritti civili e di un’economia liberale sostenibile.
Negli anni ’80 Craxi preferì governare con la Dc, creando al tempo stesso un polo liberal-socialista con Pannella, liberali e repubblicani. Ma ruppe completamente con il Pci diventandone il peggior nemico. Sul piano concreto il Pd ha la necessità di guardare all’area liberaldemocratica (Calenda, Renzi e +Europa) e persino ai malpancisti (che ci sono) di Forza Italia. Rendendo così il M5S più marginale o comunque meno essenziale. La scarsa affidabilità dei ‘grillini’ d’altronde è sotto gli occhi di tutti. Il Pd lo ha sperimentato con la fine del governo Draghi. Dunque, più che al chiodo fisso del campo largo, ai dem servirebbe una strategia più a lungo termine, che possa dare buoni frutti nel futuro.
Questa strategia di fondo andrebbe perseguita con maggiore forza dai dirigenti pontini, per il momento ancorati ad una sostanziale difesa del loro limitato recinto elettorale. Non bastano gli accordi per le ‘larghe intese’ (vedi Comune di Latina e Provincia) per apparire più aperti o diversi dal passato.
Quindi un Pd non di centro nel senso più democristiano del termine, ma centrale e post-ideologico. Per far ciò a Latina e dintorni dovrebbero uscire dai soliti schemi e ‘giochini’ fra correnti, e mettere in campo una strategia di più ampio respiro. Resta da capire se l’attuale gruppo dirigente proverà a rimettersi in discussione subito o preferirà invece temporeggiare in attesa delle elezioni regionali, che rischiano di trasformarsi nell’ennesima conta interna senza sbocchi.