Altipiani di Arcinazzo, apre al pubblico il primo ristorante nel centro di accoglienza

In Italia inaugurato il primo ristorante aperto al pubblico in un Centro di  Accoglienza Straordinaria: la cucina come strumento di incontro e integrazione.
C’è un luogo in Italia dove i confini geopolitici si dissolvono davanti ad un  piatto della tradizione locale. Agli Altipiani di Arcinazzo, sabato 11 luglio è  stata inaugurata KOINE’ HOSTARIA, il primo ristorante ad aprire al pubblico  in un centro di accoglienza straordinaria, un vero e proprio laboratorio di  inclusione che offre ai migranti l’opportunità di costruire competenze ed  autonomia.
Soddisfatti la Direttrice, dottoressa Angela Ferri, e Marco Macis, gestori del  Centro di accoglienza HOTEL TRAIANO IMPERATORE, e il curatore della ristorazione, Alessandro Marsili che vanta, tra l’altro, una lunga esperienza nel  panorama gastronomico romano e nell’ospitalità, coadiuvato dai due cuochi del  centro, Roger Bangoura Alain e Luciano Celletti .
«Aprire un ristorante all’interno di un centro di accoglienza rappresenta un  cambio di paradigma” L’immigrazione non può essere affrontata solo come  un’emergenza da gestire, ma anche come un’opportunità di crescita per il territorio e di inclusione. – ci spiega Marco Macis – Il lavoro è il punto di  partenza: restituisce dignità, favorisce l’autonomia e trasforma l’accoglienza in  un percorso concreto di integrazione. È così che si costruisce una società più  inclusiva, capace di valorizzare le persone e le loro competenze” .
«Il nome Koinè non è una scelta casuale. Nella storia, la koinè era la “lingua  comune”, quella capace di unire popoli e culture diverse attraverso la  comunicazione», ci chiarisce la dottoressa Barbara de Simone, docente di  Lingua Italiana nel centro di accoglienza e ideatrice del progetto. «Nel nostro ristorante quella lingua comune è l’armonia dei sapori dei nostri piatti: un linguaggio universale che supera le differenze e favorisce l’incontro, il dialogo e la condivisione.
Chi entra nel ristorante non trova soltanto un luogo in cui gustare i prodotti del  territorio, ma diventa parte di un viaggio fatto di persone, culture e storie di  migrazione. L’esperienza prende forma attraverso i racconti presenti sui tavoli, che non sono identificati soltanto da un semplice numero, ma da un nome che introduce una storia, ispirata liberamente alle esperienze reali di chi oggi vive  nel centro di accoglienza e ha intrapreso un percorso di crescita e integrazione.
A tutela della privacy, alcuni elementi identificativi sono stati modificati, ma ogni emozione, ogni difficoltà affrontata e ogni conquista raccontata conserva la propria autenticità.
«Il ristorante contribuisce a superare l’immagine stereotipata del centro di accoglienza come un luogo chiuso o potenzialmente conflittuale, trasformandolo in uno spazio di incontro interculturale”. È quanto sottolinea la dottoressa Angela Ferri, direttrice del centro di accoglienza. “ Aprire le porte di questa attività significa promuovere la massima trasparenza nella gestione del centro e favorisce un rapporto diretto con il territorio. Solo attraverso la conoscenza reciproca e la condivisione degli spazi è possibile abbattere
pregiudizi e diffidenze, costruendo un dialogo autentico tra la comunità e gli
ospiti della struttura»