L’anomalia è alla radice. Se intitoli un campo da tennis a un eroe dell’aviazione, accetti implicitamente che sotto quel cielo possano accadere fatti e misfatti, meraviglie e acrobazie, grandi trionfi e piccoli drammi.
Roland Garros non l’avrebbe mai immaginato, d’essere associato a dei tizi in pantaloncini e racchetta, pronti a battagliare su quei campi di mattone tritato per due settimane all’anno, per poi darsi appuntamento all’anno successivo, dopo aver girato il mondo e altri campi, per lo più in erba e in cemento.
Scherzi a parte, è stata un’edizione sicuramente speciale e ricca di colpi di scena, con una finale inedita, tra Zverev, che ha vinto il suo primo e forse ultimo slam, e Cobolli, che ha disputato la sua prima e speriamo non ultima finale major.
Onore al giovane romano, che ha compiuto un percorso straordinario e ha sfruttato al meglio la prematura uscita di scena nella sua parte di tabellone di Jannik Sinner, vincitore designato, frenato dal malanno improvviso a un solo game da un tranquillo superamento di secondo turno. Juan Manuel Cerundolo, che gli piaccia o meno, sarà associato per un po’ a quel fatto quasi irreale, a quel cedimento improvviso del campionissimo, che prima di quella fatale perdita di forze aveva infilato 30 match vittoriosi e vinto cinque mille di fila. Vulnerabile come Achille, col tallone immerso nei 35 gradi umidi di una Parigi che attendeva il suo trionfo in un misto di esaltazione e rassegnazione, il ragazzo che viene dal freddo e dalle montagne operose e severe di un’Italia che prima lavora e dopo sogna.
Però gli italiani sono un popolo che ha mille risorse e allora ecco che, caduto il re, insorgono i moschettieri. E così Berrettini, Arnaldi e Cobolli come Athos, Portos e Aramis, due romani e un sanremese a caccia di gloria, game dopo game, fino alla resa dei conti dei quarti di finale. “Berretto” maledice quel fisico che gli rompe le scatole quando proprio non dovrebbe, poi tocca ad Arnaldi che non può disputare la finale per un virus intestinale e in questa selezione naturale della specie Flavio Cobolli, fiorentino anagraficamente, romano nel sangue e nell’anima, getta il guanto di sfida a Zverev, il tedesco numero 3 del mondo che sa di avere l’occasione della vita.
Vince lui, alto e bello come un eroe nibelungo, un primo set a senso unico. Ma Flavio non è tipo da arrendersi alla prima avversità e vince il secondo, poi butta un po’ via il terzo quando sembra avere in mano l’inerzia del match, si riprende la parità battendo Zverev al tiebreak del quarto, già proprio in uno di quei tiebreak che Alexander è abituato a vincere (a Parigi 27 su 30). Quando tutti pensano allo psicodramma dell’eroe abbonato al posto d’onore, secondo per colpa o per destino, ecco invece che Flavio è con le energie al lumicino e non può completare il disegno di gloria che a questo punto è ben più di uno schizzo. Adriano, imperatore del 76, premia i finalisti. Altra sconfitta in finale per il bianco rosso e verde, senza i tre match point falliti del 2025, ma con analoghe recriminazioni. Parigi varrà bene una messa, prima o poi…
Il Roland delle meraviglie e una finale da cappellaio matto
