Sinner trionfa: re di Roma 50 anni dopo Adriano Panatta

Era bello, talentuoso e romano. Un po’ dandy, persino un pizzico guascone, ma verace e sognatore quanto basta per acchiappare il sogno più bello.
Undici match point cancellati a Warwick nel turno d’avvio e poi tre a uno a Guillermo Vilas, una leggenda della racchetta, in quella finale del 30 maggio 76, che si giocava al limite dei cinque set.
Adriano Panatta incoronato re, per la gioia di Roma e quella gloria che si frastaglia e frantuma, sembra invadere i quartieri, il Cupolone e il Tevere, messaggera di una felicità senza confini.
Cinquanta anni dopo un ragazzo che viene dall’Italia delle montagne e dei ruscelli, da quei paesaggi fiabeschi, così belli che ti chiedi se siano reali, ha rinnovato quella gloria. Jannik Sinner ha vinto da numero uno del mondo, infilando il sesto Master Mille di fila. Ma questo non è come gli altri. Come lo stesso Jannik ha detto a Panatta nel corso della cerimonia di premiazione “L’abbiamo riportato a casa, 50 anni dopo”. E questa cosa vale come uno slam.
Ci sarà tempo per analizzare le meraviglie statistiche del ragazzo altoatesino, che ha completato il “career mille”, vincendo 34 partite di fila, ha una serie aperta di 29 partite in questo 2026 e in Francia proverà a chiudere il conto anche con il career Slam.
Ma oggi è giorno di gioia genuina, oggi Roma ha un nuovo re dalla faccia pulita, che onora i sudditi, i sentimenti e la vita con il suo sorriso da ragazzo perbene.
Sono stati il presidente Mattarella, il massimo dirigente Fit Binaghi e il re del 76, Adriano Panatta, a incoronare Jannik, il ragazzo che lasciò i paesaggi incantati delle Dolomiti per inseguire il suo sogno.
L’ha coronato, già da un po’, ma ora vuole allargarne i confini.
Casper Ruud, norvegese solido, interprete di un tennis scolpito nella roccia, ha dovuto arrendersi, non senza averci provato. È finita con un doppio 6-4, dopo una partenza che sembrava incline a carezzare le flebili speranze del vichingo. Poi Jannik ha cominciato a tessere la sua tela, con la diagonale del rovescio fedele alleata, le palle corte a marcare la distanza e il servizio tornato incisivo dopo un avvio laborioso.
Ed è finita come doveva, per la gioia del Cupolone, del Tevere e dei milioni di italiani che per un pomeriggio si son sentiti i migliori. E a volte fa bene, sentirsi i migliori e affogare così le malinconie. Grazie, Jannik!