Sinner uomo simbolo dello sport italiano: i “predecessori” delle altre discipline

La Sinner mania è esplosa, comprensibilmente, in tutto lo Stivale. L’uomo simbolo del nostro movimento tennistico sta avvicinando le masse a uno sport senza dubbio popolare, ma mai così compiutamente entrato nelle case, nei discorsi e nei commenti di ogni fascia sociale.
Da sport d’elite a disciplina popolare il passo non è breve, ma quando arriva un Sinner può essere compiuto in tempi relativamente rapidi. Parliamo di un atleta che deve ancora compiere 25 anni e perciò deve scrivere ancora tante e tante pagine della sua storia sportiva. Inevitabilmente però spuntano fuori i paragoni, perché il carisma, i risultati sportivi e l’immagine del ragazzo altoatesino sono così significativi da scomodare altri atleti simbolo del nostro sport.
Ed eccola allora la carrellata di coloro che hanno spostato l’attenzione ed elevato il peso specifico di uno sport nella storia della nostra nazione.
Cominciamo dallo sci, in onore di Sinner e delle sue origini dolomitiche. L’uomo più rappresentativo di questa disciplina era fino agli anni 70 il taciturno campione di Trafoi, Gustav Thoeni. All’epoca della valanga azzurra, che annoverava anche Gros, De Chiesa, Radici ed altri campioni, era senza dubbio lui, vincitore di tre Coppe del Mondo, il modello da imitare quando qualcuno inforcava un paio di sci e sognava di farli correre tra le porte senza errori e con una rapidità fuori dall’ordinario. Poi però arrivò Alberto Tomba, carattere decisamente opposto a quello di Gustavo, guascone e ciarliero. Per lui la vittoria era scritta nel dna, i suoi numerosi trionfi li spettacolarizzava con look particolari, dichiarazioni eclatanti e prestazioni atletiche davvero straordinarie. C’era un Alberto Tomba fan club in ogni parte d’Italia ed era anche curioso che quel campionissimo dello sci, uno slalomista tra i più forti d’ogni epoca fosse nato a Sestola, vicino Bologna e non già in un paesino dolomitico come tutti i suoi illustri precedessori. Gli ori di Calgary furono seguiti in diretta da milioni di italiani e addirittura fu interrotto il festival di Sanremo per un collegamento con le nevi canadesi. Ci fu persino un tentativo cinematografico dall’esito sconfortante, ma il fenomeno Tomba entrò nel costume, uscendo ampiamente da quell’ambito sportivo che lo aveva generato. Suggestivi anche i suoi fans, disposti a sobbarcarsi costosissime e lunghe trasferte per quei quarantacinque secondi di magia tra i pali stretti e tra quelli più distanziati del gigante. Una sola Coppa del mondo, ma per carisma e impatto sociale Alberto Tomba “La Bomba” riuscì a superare persino Gustav Thoeni.
Dalle nevi… alla pista. La lista degli italiani iconici dell’atletica sarebbe davvero lunga, con i fenomeni recenti, leggi Tamberi Jacobs e gli staffettisti veloci capaci di vincere un’Olimpiade e di riscrivere così la storia: Patta, Jacobs, Desalu e Tortu hanno senza dubbio compiuto un’impresa che resterà negli annali.  In rampa di lancio c’è Furlani, già campione del mondo del lungo e abbiamo anche l’italiano di Cuba, Andy Diaz, che ha raccolto l’eredità di Fabrizio Donato. L’uomo simbolo dell’atletica però resta senza alcun dubbio Pietro Paolo Mennea da Barletta, l’indimenticata “Freccia del Sud”. Schivo, introverso, antidivo per eccellenza, fu amato come emblema di un’Italia che non si arrende, che va oltre i limiti e persino oltre l’immaginazione. Lui, con un fisico “normale”, contro i giganti d’ebano e i formidabili e muscolati (chissà come e perchè) velocisti dell’Est Europa. Primato del mondo, oro olimpico, ori europei, quattro finali olimpiche sui 200 metri: bronzo a Monaco ventenne, quarto a Montreal, oro a Mosca e settimo a Los Angeles mentre era all’apogeo il mito di Carl Lewis, Pietro ha attraversato due generazioni di atleti e si è preso un podio anche nella prima edizione dei mondiali, perché lungo tutto l’arco della sua carriera la rassegna iridata non era ancora stata inventata, fino a quel 1983, quando Helsinki diede inizio alla storia. E non può esserci storia senza Pietro Mennea.
Saliamo su una bicicletta: i miti di Coppi e Bartali, il campionissimo e il suo fiero rivale, che secondo un’interpretazione un pochino estensiva evitò con una sua vittoria addirittura lo scoppio di un conflitto mondiale, sono vivi anche 80 anni dopo le loro imprese sportive. L’uomo solo al comando della corsa, con la maglia biancoceleste, esaltato da Ferretti nelle sue epiche radiocronache, fece sognare l’Italia della rinascita, quella barcollante e dubbiosa Italia che non sapeva come e quando si sarebbero rimarginate le ferite della guerra. Coppi era l’eroe, quello che se ne andava tutto solo a sfidare le nuvole, Bartali con il suo motto “l’è tutto sbagliato, tutto da rifare” il Ginettaccio vincitore di tre Giri e due Tour, era l’altro, quello che faceva brillare ancor più la luce talvolta intermittente della stella Fausto.
Dopo di loro Felice Gimondi, vincitore del Tour quando era poco più che un ragazzino ma sfortunatamente campione nell’era Merckx, quel “cannibale” che agli altri lasciava briciole e scampoli di gloria. E poi Moser e Saronni, a ravvivare quella rivalità di trenta anni prima e a marcare in modo indelebile le corse di un giorno. Moser è monsieur Paris-Roubaix, Saronni è quello della stoccata di Goodwood, ma la grandezza di Coppi e Bartali non può essere raggiunta. Arriva poi il Pirata, Marco Pantani, e la storia sembra diversa. Come per Tomba, il tifo per quel ragazzo dal cranio rasato e dai “garretti d’acciaio” invade case, bar, ristoranti e salotti. Quando la strada si drizza sotto i pedali lui sembra mettere le ali e ad ogni tornante rilancia, come se la fatica fosse un concetto vago, una mosca fastidiosa da scacciar via a colpi di pedale. La storia finisce in modo amaro, ma quel finale tragico forse lo consegna alla leggenda e l’Italia è attonita, attonita e colpevole di non aver protetto quel ragazzo fenomeno sulle vette dolomitiche e fragile quando scendeva dalla bici.
Escludiamo dalla rassegna gli sport di squadra e quelli motoristici, ma naturalmente i nostri grandi numeri 10, Baggio, Del Piero e Totti, e i supercampioni Giacomo Agostini e Valentino Rossi sono stati dei punti di riferimento ben precisi, osannati a ragione da tutti coloro che amano le vicende dello sport. Citazione d’obbligo per Meneghin, Riva Gallinari e il mago Bargnani nel basket, per il pallavolista del secolo Lollo Bernardi e i suoi compagni di squadra Lucchetta, Zorzi, Tofoli, fino ai “moderni” Giannelli, Michieletto e Lavia.
Passiamo al nuoto, con Rosolino che fa da apripista con il primo storico oro olimpico e poi Paltrinieri, l’instancabile, quello che in acque libere o in piscina mette i suoi sette polmoni al servizio dei nostri sogni d’oro; ed ora Thomas Ceccon, che va a dormire sotto una panchina perché la stanza d’albergo non è di suo gradimento, che dichiara di non avere quale musa ispiratrice la divina Federica (delle donne simbolo dello sport azzurro parleremo in un altro servizio ndr), ma poi entra in acqua e colleziona record del mondo e ori olimpici e mondiali. Sempre in piscina nacque crebbe e divampò il fenomeno Klaus Dibiasi (riecco i sudtirolesi), capace di tuffi perfetti, specie dalla piattaforma. Storica la sua rivalità con Cagnotto. A Montreal uno dei due ori dell’Italia, in una spedizione certo poco generosa per i colori azzurri, fu il suo (l’altro dello schermidore Fabio Del Zotto).
Chiusura con la ginnastica: dopo il mito Menichelli degli anni 60, c’è Yuri Chechi a scriver la storia quaranta anni dopo, con i suoi “anelli” così perfetti da finire nei manuali della disciplina, con figure nuove che portano il suo nome.
Insomma, Sinner atleta simbolo, ma in una nazione che di grandi campioni ne ha avuti già tanti. Però Jannik ha tutto per portare il suo ciuffo rosso e il suo sorriso limpido oltre ogni vetta già conquistata.